Quali scenari futuri per la formazione – educazione nell’era delle Intelligenze Artificiali

Prendo spunto dalla recente pubblicazione di due importanti Report di livello mondiale per provare a tracciare una ipotetica Mappa di quali potrebbero essere gli scenari futuri per le politiche di Formazione e di Educazione nell’era delle Intelligenze Artificiali (IA).
La necessità non è tanto quella di individuare un fabbisogno ormai condiviso in larga massima (potenziare l’acquisizione di maggiori competenze tecniche in materia e la capacità di adattarsi alla complessità dei nuovi cambiamenti) ma cercare di individuare un percorso concreto per superare il paradigma delle “competenze” del ‘900 e definire con chiarezza quale potrebbe essere il nuovo paradigma formativo-educativo da adottare nel nuovo Millennio per difendere e valorizzare la razza umana nell’ELIGERE FUTURO (scegliere il futuro).

La copertina del Rapporto ILO sul futuro del lavoro.

Il primo dei Report recentemente pubblicati a cui facevo riferimento è quello della Commissione Mondiale per il futuro del Lavoro dell’Organizzazione Mondiale per il Lavoro (ILO). Il documento, dal titolo in verità un pò holliwoodiano (Work for a brighter future), analizza quali sono le sfide maggiori che il sistema socioeconomico mondiale dovrà affrontare per garantire un futuro lavorativo dignitoso a tutti i cittadini del mondo, indipendentemente dalla collocazione geografica o dalla condizione economica. All’interno delle diverse “keywords” analizzate, gli estensori citano due priorità tra loro strettamente collegate:

  1. Un diritto universale all’apprendimento permanente che consenta alle persone di acquisire competenze, riqualificarsi e perfezionarsi.
  2. La gestione del cambiamento tecnologico per promuovere il lavoro dignitoso e l’istituzione di un sistema di governance internazionale per il lavoro su piattaforma digitale.

Il Rapporto non fa che sottolineare come l’Intelligenza Artificiale, l’Automazione e la Robotica porteranno alla distruzione di posti di lavoro man mano che le competenze diverranno obsolete. Se invece verranno colte le nuove opportunità, lo stesso progresso tecnologico e la transizione ecologica creeranno, sempre secondo il Rapporto, milioni di posti di lavoro (frase quest’ultima che in verità non mi è del tutto nuova nel teatrino della politica nazionale e internazionale …).

La copertina del Rapporto OCSE sul futuro della formazione

Il secondo Rapporto preso in considerazione, frutto delle analisi futuristiche dell’Organizzazione Mondiale per lo Sviluppo e la Cooperazione Economica (OECD – OCSE), si occupa proprio della formazione e, in particolare, su come i megatrend socioeconomici che si stanno concretizzando nell’attuale scenario dell’economia globalizzata e ipertecnologica stiano effettivamente ridisegnando il concetto stesso di formazione – educazione – sviluppo (Trends Shaping Education 2019).

La sfida lanciata dal Rapporto è quella di “agganciare” i percorsi d’istruzione ai cambiamenti, fornendo degli spunti con i quali immaginare sistemi formativi ed educativi adeguati alla società nella quale viviamo (e vivremo). Una sfida che, declinata nel contesto educativo attuale, rischia però di mostrare impietosamente i limiti di un’istruzione ancora saldamente legata a un mondo ormai obsoleto.

Ed è proprio questo il tema fondante della riflessione oramai non più procrastinabile sui sistemi formativi ed educativi del nuovo millennio e su quale paradigma concettuale e pedagogico adottare per non restare ancorati all’ormai obsoleto approccio delle competenze. Approccio nato e sviluppatosi nel secolo scorso dello sviluppo industriale manifatturiero (il ‘900), ma del tutto inadeguato ad affrontare le nuove e complesse sfide del cambiamento dettate dalla Rivoluzione Digitale dal nuovo futuro delle Intelligenze Artificiali (il XXI secolo).

Sono ben conscio che sia un paradosso non da poco. Ma appare del tutto inappropriato produrre documenti che si pongano problemi etici sul futuro globale del lavoro e della dignità umana (e, di conseguenza, sulla necessità imprescindibile di potenziare e far evolvere la formazione/educazione), per poi ripiegare verso politiche formative nate nel secolo precedente, ancora ancorate sul concetto ormai obsoleto di nozioni da apprendere, al massimo declinate secondo lo scivolosissimo piano delle competenze da acquisire (come se avere un maggior numero di ingegneri o statistici fosse la panacea per risolvere tutte le problematiche mondiali).

E’ un pò come la classica metafora per cui viene richiesta con sempre maggiore insistenza la formazione di “medici”, ossia utilizzando un termine generico, ma solo perché non si è in grado di esprimere consapevolemente una precisa esigenza a fronte di un mondo che cambia: servono oculisti, dentisti, cardiologi o medici-ingegneri per curare il nostro futuro? Oppure neuro-psichiatri per prepararci a gestire la complessità del cambiamento? Chiedere genericamente nuovi “medici” equivale a chiedere il nulla.

Anche per la formazione si ripresenta lo stesso paradosso: la rivoluzione digitale ha spostato completamente il baricentro dell’apprendimento.
Ha creato e sta portando avanti una generazione di Millenials non più preoccupati di “apprendere” (hanno già tutta l’informazione di cui dovessero aver bisogno), ma stabilmente indirizzati verso l’atto di “trascendere”, di andare cioè oltre gli steccati consolidati nel secolo scorso e iniziare nuovi percorsi sino ad ora mai esplorati.

Non mi dilungherò ulteriormente sui nuovi paradigmi della formazione delle nuove generazioni poiché ciò richiede un lavoro di profonda consapevolezza dei cambiamenti in corso e, credo, anche un profondo rispetto per i Millenials, frequentemente dipinti come meramente “stravaccati” sul divano e perennemente connessi con il loro telefonino.

In realtà questo modo dispreggiativo di “leggere” i Millenials si pone alla stessa stregua di quei pedagoghi o di quei teorici della formazione che, nati nel secolo precedente, cresciuti con paradigmi didattici orami obsoleti, non sapendo cosa altro fare, continuano a profetizzare terribili sciagure perché le nuove generazioni sono “appiattite” sui social e sempre in perenne navigazione (superficiale) in rete, alla ricerca di contenuti di cui non sanno distinguerne il valore.

Lo stesso modello di lettura viene applicato anche al mondo della formazione professionale, ormai proiettato esclusivamente sulla necessità di “competenze” (tecnologiche, per lo più), senza porsi alcun dubbio su come (e se come) queste ultime siano davvero le “competenze” necessarie per garantire un futuro alla stessa razza umana.

Saranno sicuramente necessari altri articoli di approfondimento sul tema. Ritengo fondamentale, però, chiarire un primo e strategico concetto relativo al cambio di paradigma necessario alla formazione-educazione per abbandonare il modello del ‘900 e proiettarsi verso il nuovo modello delle trasformazioni duali “semplice-complesso” senza intermediazione, ma con profonde “contaminazioni” pluridimensionali.

Cerco di esprimere meglio il concetto.

Nel modello educativo del ‘900, il perno di tutto il processo è quello dei “Maestri” (o “educatori” o “caste della conoscenza” o “elite formative”). Attraverso di loro il giovane allievo viene indirizzato a superare il mare magnum della complessità iniziale delle informazioni e apprendere uno specifico campo di “competenze” (sempre e solo come il “Maestro” sarebbe poi stato in grado di trasmettere effettivamente: quanti hanno odiato la matematica o la filosofia solo perché non hanno trovato un “Maestro” che la facesse amare).

Finito di apprendere le competenze dal “Maestro”, il giovane allievo deve poi passare attraverso le forche caudine dell'”Esperienza“, attraverso cui trovare la sua via per applicare quanto appreso in precedenza e aumentare il livello qualitativo della consapevolezza.

Dopo un lungo (e mai finito) periodo di esperienza, l’allievo dovrebbe poi poter finalmente arrivare al suo punto di approdo, ossia il momento in cui diviene egli stesso “Maestro” del sapere appreso (ovviamente anche in questo caso secondo il “modo” con cui l’ha appreso e le esperienze attuative che lo hanno condizionato) e lo attua (o lo trasmette) con una caratteristica fondamentale: la semplicità.

In effetti, se si prova a guardare un “Maestro” (indipendentemente da quale sia il campo del suo sapere) nell’atto di applicare quanto appreso (competenze + esperienza), se ne riconosce la “maestria” proprio dal livello con cui fa apparire semplici anche le operazioni più complesse.
Ciò proprio perché ha raggiunto una sua piena maturità consapevole, tale da rendere immediato e “semplice” anche il lavoro più complesso (cioè che ha dietro di sé anni di studio, lavoro, preparazione, esperienza). Si pensi, ad esempio, all’equazione della relatività einstaniana: è semplicissima e la conosce tutto il mondo. Ma dietro cela un “universo” di concetti matematici complessissimo e ben all’avanguardia per il periodo storico in cui fu formulata (non esistevano ancora i computer così come oggi li conosciamo …).

Per i Millenials, invece, il percorso di apprendimento è completamente diverso, totalmente staccato dall’intermediazione del “Maestro”.

La rivoluzione digitale, infatti, ha permesso di realizzare un universo pratico dove non vi sono più le “elite” della conoscenza e dove si privilegia la totale disintermediazione (in alcuni casi spinta davvero all’estremo, con esiti oggettivamente pessimi).

Il sapere (concetti) è largamente diffuso e, ancora prima di apprendere, i Millenials, grazie ai telefonini digitali, si trovano a “sperimentare“.

Loro, quindi, si trovano ad effettuare un percorso inverso di apprendimento rispetto al modello del ‘900.

Poichè sono nell’Oltremondo della realtà virtuale digitale, prima sperimentano (tutto semplice), e solo dopo iniziano un percorso operativo per concretizzare quanto di loro interesse (esperienza), e ancora solo dopo molta “pratica” iniziano una discesa nel profondo delle competenze.
Per arrivare poi alla consapevolezza della complessità (complessa proprio perché contaminata dalle molteplici esperienze e sperimentazioni realizzate), senza però un confine preciso tra una disciplina e un’altra (trascendere, andare oltre).

Mi rendo conto che non è un modello di immediata comprensione (per noi anziani del ‘900).
Per cercare quindi di rendere più chiaro il nuovo modello, proverò ad utilizzare il campo della musica come ambito di applicazione per descrivere la diversità i due approcci.

Nel modello tradizionale del ‘900, il complesso mondo della musica (classica, rock, jazz, metal, ambient, new-edge, ecc.) e dei suoi strumenti (pianoforte, violino, viola, chitarra, basso, batteria, vibrafono, xilofono, ecc.) viene condiviso attraverso l’intermediazione dei “Maestri” (musicisti o insegnanti che siano). Questi ultimi, sin dagli allievi più piccoli, trasmettono le competenze attraverso un lunghissimo e faticosissimo percorso in cui:

  • a pochi anni di età, senza conoscere gran che del mondo musicale e strumentistico, i giovani “apprendisti” vengono “iniziati” al solfeggio (terribile il metodo con cui viene insegnato nelle scuole primarie) e ai primi rudimenti di uno strumento musicale che, nella maggioranza dei casi, non è certo frutto di una scelta consapevole (spesso è la famiglia a influenzare il giovane apprendista e non il contrario);
  • dopo anni e anni di studio e preparazione sullo strumento e sulle tecnicalità che ne conseguono (anche in questo caso dipende tutto dal “Maestro” che ti segue), si arriva alle prime soddisfazioni derivanti dall’acquisizione delle competenze e dalla loro applicazione: i primi saggi o le prime esibizioni in pubblico;
  • una volta completato il quadro minimo dell’acquisizione delle competenze, inizia la fase esperienziale, in cui è necessario sperimentare l’attuazione di quanto appreso nei diversi contesti (lezioni, seminari, master, concerti o esibizioni on the road) e con diverse forme di espressione (esecuzioni soliste o di orchestra-gruppo);
  • anche in questo caso, dopo anni e anni di esperienza (con gli inevitabili alti e bassi), si arriva al massimo della consapevolezza e della competenza, diventando finalmente “Maestri“, ossia colui che rende semplice e al contempo meravigliosa la fruizione del brano musicale da parte degli ascoltatori, consapevoli quest’ultimi che dietro la semplicità e la maestria dell’esecuzione vi siano anni e anni di competenze acquisite e di esperienze realizzate.

Ben diverso è il percorso didattico di apprendimento del Millenials, poiché:

  • grazie agli smartphone, già in tenera età ascoltano musica di tutti i tipi grazie ad App come Youtube (con video) e Spotify (con socializzazione), rendendosi sin da subito consapevoli di generi e declinazioni varie dell’immenso modo della produzione sonora, entusiasmandosi ancor di più per l’ambita professione dell’artista musicale (i Millenials sono propensi solo alle cose che entusiasmano);
  • senza aver bisogno di alcuna intermediazione dei “Maestri” e senza la necessità di acquisire competenza alcuna, già in tenera età, sempre con l’aiuto delle App sul telefonino, iniziano sin da subito a “produrre” la loro musica: simulando un pianoforte digitale su cui strimpellare le prime note o mixando i pezzi dei musicisti preferiti grazie a DJ set digitali di livello ultraprofessionale;
  • iniziano quindi a “sperimentare” la musica (o lo strumento) che provoca in loro “entusiasmo” e proseguono questo “praticantato” facendosi contaminare dalle esperienze dei loro compagni, perennemente tra di loro connessi, sempre in grado di effettuare un “meshup” o un “featuring” a cui loro non avevano pensato e di cui a loro volta, in un continuum senza fine (loop), se ne ri-appropriano in ulteriore variazione/modifica.

Ed è solo in questo momento, quando raggiungono il massimo che la realtà virtuale perennemente connessa e contaminata del loro telefonino (o computer) è in grado di offrirgli, ecco che volgono il loro sguardo, la loro attenzione, sul campo del reale, degli strumenti tradizionali, iniziando (sempre a modo loro e senza intermediari) l’acquisizione delle competenze classiche, ma questa volta ben consci e consapevoli della fatica del percorso e degli obiettivi da raggiungere (al contrario di quanto accadeva ai loro coetani con il metodo tradizionale del ‘900).

Lo fanno anche con i “Maestri”, ma solo per agevolare l’acquisizione di competenze da riportare poi nelle loro sperimentazioni (sia virtuali che reali), rendendo paralleli e interconnessi (contaminati) il mondo delle tecnicalità strumentali (competenze) e della esperienza (su piani multidisciplinari).

Ed è proprioquesta la “potenza” del nuovo modello didattico dei Millenials: al contrario dei “Maestri” del ‘900, non hanno un punto di approdo definitivo. Sono sempre in movimento, a sperimentare, a contaminarsi, ad acquisire nuove competenze, a raggiungere nuovi livelli di semplicità “liquida” (Baumann docet) anche grazie alla complicità delle IA.

Spero con questo esempio di essere stato in grado di chiarire la differenza tra i due modelli: quello tradizionale del ‘900 (tutt’ora utilizzato nelle istituzioni scolastiche e universitarie) e qullo del futuro, dei Millenials, del rapporto con la tecnologia e le intelligenze artificiali.

Solo se le politiche nazionali e le loro istituzioni inizieranno a “migrare” verso il nuovo modello di apprendimento dei Millenials, soltanto allora potremo realizzare gli obiettivi posti dai due rapporti citati all’inizio, di un lavoro radioso e dignitoso per la razza umana (i nostri figli) nell’era della rivoluzione digitale e delle intelligenze artificiali.

Autore: danieleverdescablog

architect of information & ethical designer

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